giovedì, 23 Maggio 2024
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Delitti nella prigione irachena: lo scandalo di Abu Ghraib, 20 anni dopo scuote ancora il mondo

Vent'anni dopo quegli eventi, resta ancora molto da fare per garantire che i responsabili vengano chiamati davanti alla giustizia e che simili atrocità non si ripetano mai più

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Il caso delle torture avvenute ad Abu Ghraib, durante l’occupazione statunitense dell’Iraq, ha scosso il mondo per la sua brutalità. A distanza di 20 anni dagli eventi, un tribunale accende un faro sulla vicenda e la giustizia potrebbe finalmente essere servita. Quando le foto degli abusi emersero nel lontano 2004, il mondo rimase letteralmente a bocca aperta, sconvolto dalle immagini dei prigionieri iracheni umiliati, torturati e maltrattati da soldati americani nel carcere diventato simbolo della brutalità dell’occupazione.
Le immagini, insieme ai resoconti degli stessi detenuti, rivelarono un quadro agghiacciante di abusi sistematici e degradanti, perpetrati sotto l’ombrello delle operazioni militari statunitensi. Le foto provenienti dalla prigione irachena, hanno rivelato il lato oscuro della guerra e dell’occupazione. Soldati, ufficiali di alto rango e agenti della CIA, il cui compito avrebbe dovuto essere quello di proteggere la vita e la dignità umana, sono stati invece protagonisti di atti degradanti contro i prigionieri. Essi apparivano non solo indifferenti al dolore e alla sofferenza dei detenuti, ma addirittura compiaciuti, divertiti nel perpetrare gli abusi. Gli atti di tortura documentati sono stati descritti come inumani e barbarici: i prigionieri erano costretti a posizioni umilianti e dolorose per ore e sui loro corpi erano applicati elettrodi per le torture.

I fatti già critici per la natura delle contestazioni, sono aggravati per la complicità di coloro i quali avrebbero dovuto garantire il rispetto delle leggi e dei diritti umani. Il coinvolgimento di ufficiali d’alto rango e agenti dell’intelligence, come denunciato da Wikileaks, evidenzia la profondità del problema e solleva domande riguardo ai valori morali, all’interno delle istituzioni militari e governative.

Dalla profondità della prigione emersero immagini horror

Le immagini raccapriccianti emerse nel 2004, dalle profondità della prigione di Abu Ghraib, hanno scosso il mondo per la loro crudeltà. Ritraevano prigionieri nudi, ammassati in piramidi umane o trascinati al guinzaglio da soldati che sembravano godere del loro potere. Una delle immagini più scioccanti riproduceva un soldato americano, che posava accanto a un cadavere, sorridendo e mostrando il pollice in su, un gesto di approvazione, in contrasto con l’orrore della scena. Altre foto mostravano prigionieri minacciati dai cani, incappucciati e attaccati a cavi elettrici: non solo abusi fisici, ma anche il totale disprezzo per la dignità umana.

Le testimonianze degli ex prigionieri

Suhail Al Shimari, uno dei superstiti e autore di querela, getta ulteriore luce sulla ferocia subita dai detenuti nelle mani dei soldati statunitensi. Le sue descrizioni di aggressioni sessuali, percosse e torture con scosse elettriche, dipingono un quadro a tinte fosche.


Le testimonianze di Salah Al-Ejaili, ex reporter di Al-Jazeera, aggiungono ulteriori dettagli. Le descrizioni delle “posizioni di stress”, che hanno provocato vomito nero, e della coercizione a indossare biancheria intima femminile, sotto la minaccia dei cani, confermano il livello estremo di mortificazione.

Dal diritto criminale alla causa civile

La causa civile coinvolge il CACI, un appaltatore del governo federale, con sede in Virginia, impiegato ad Abu Ghraib al momento degli abusi. Accusato di aver partecipato, o comunque facilitato i soprusi, nega le contestazioni.
Gli avvocati del Center for Constitutional Rights hanno giocato un ruolo chiave nel sollevare il caso e nel rappresentare le vittime. Il loro impegno per i diritti umani ha contribuito a portare la verità a galla.
La decisione del giudice distrettuale degli Stati Uniti, Leonie Brinkema, di ritenere irrilevante la ragione per cui i detenuti sono stati mandati ad Abu Ghraib, ai fini del processo, riflette l’attenzione posta sulla condotta degli accusati, piuttosto che sulla storia dei detenuti. il giudice ha così messo in luce il principio fondamentale che nessuno dovrebbe essere sottoposto a trattamenti degradanti, anche in regime carcerario. Se i detenuti fossero stati terroristi, ciò non avrebbe giustificato la condotta accusata nel processo. Questo è un richiamo al fatto che nessuno è al di sopra della legge. Inoltre, il fatto che i detenuti siano stati rilasciati, dopo periodi di detenzione, che vanno da due mesi a un anno, senza mai essere accusati di alcun crimine, aggiunge un’altra dimensione alla tragedia. Di più, solleva gravi preoccupazioni riguardo alla legalità del sistema di detenzione adottato nella prigione irachena.

La dichiarazione del CACI, secondo cui la responsabilità delle condizioni ad Abu Ghraib ricade sull’esercito degli Stati Uniti, e che i suoi dipendenti non erano in grado di dare ordini ai soldati, solleva importanti questioni sulla responsabilità per gli abusi commessi.
L’esercito ha la responsabilità generale per il comportamento delle truppe. Quale è stato il ruolo degli appaltatori CACI? Gli avvocati della difesa, hanno affermato che ”l’intero caso non è altro che un tentativo di imporre la responsabilità a CACI, perché il suo personale ha lavorato in una prigione in zona di guerra, con un clima di attività che puzza di qualcosa di ripugnante. La legge, tuttavia, non riconosce la colpevolezza per associazione nel caso di Abu Ghraib”.
In appello, il CACI, ha sostenendo che gli Stati Uniti godono di immunità sovrana contro le accuse di tortura, e che la stessa società beneficia di immunità derivata, come appaltatore che esegue gli ordini del Governo. La tesi solleva questioni fondamentali, riguardanti la responsabilità legale, per gli abusi commessi da contractor privati durante le operazioni governative. L’immunità sovrana protegge gli Stati da cause civili e penali nel corso delle loro funzioni ufficiali, in particolare in situazioni di conflitto armato. La stessa immunità non dovrebbe essere interpretata come un lasciapassare per la violazione delle leggi internazionali. Non a caso, la a sentenza del giudice distrettuale Brinkema, rappresenta il precedente per le violazioni delle leggi internazionali, stabilendo chiaramente che il Governo degli Stati Uniti non può rivendicare l’immunità, quando si tratta di accuse che violano le norme internazionali, come la tortura dei prigionieri.

Le testimonianze dei soldati condannati

L’ascolto della testimonianza dei soldati condannati da un tribunale militare, aggiunge un significativo tassello al processo in corso contro il CACI. Questi soldati potrebbero fornire una visione più dettagliata degli eventi, delle dinamiche all’interno della prigione e delle catene di comando coinvolte.
La testimonianza di Ivan Frederick, un ex sergente maggiore condannato per vari reati legati agli abusi ad Abu Ghraib, potrebbe essere estremamente rilevante per il processo. Come uno degli individui direttamente responsabili degli abusi, le sue parole potrebbero offrire una visione dettagliata dei fatti e delle circostanze.

I segreti di Stato in gioco

La preoccupazione del Governo degli Stati Uniti, riguardo alla divulgazione di prove, si fonda sul danno che potrebbe conseguire, a discapito della sicurezza nazionale. La posta in gioco è alta.
Mentre la causa civile contro il CACI rappresenta un passo nella giusta direzione, è vero che un processo penale completo, capace di indagare la catena di comando all’interno delle forze militari, potrebbe essere necessario per garantire ai responsabili la conseguenza delle loro azioni. In causa sono chiamate sfide significative, compresa la gestione delle informazioni sensibili e la ricerca di un equilibrio tra la trasparenza e la sicurezza nazionale.

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