giovedì, 23 Maggio 2024
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Dal rapporto Draghi alla guida della Commissione europea

L’ex presidente del consiglio rappresenta quella parte del capitalismo che piace a Forza Italia e non dispiace alla sinistra moderata. L’eventuale candidatura potrebbe essere vista con favore anche da Giorgia Meloni, ma non è solo l’Italia a decidere e fuori dai confini nazionali non c’è tutta questa attenzione nei suoi confronti

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L’Italia lancia la candidatura di Mario Draghi alla guida della Commissione europea. A dirla tutta tra i primi a farlo c’è Matteo Renzi. Il leader di Italia viva, dopo aver accolto l’appello, nel febbraio scorso, di Emma Bonino, (pensare ad una lista di scopo, e che oggi, insieme al gruppo del Libdem e ai socialisti, si riconosce nel nome “Stati uniti d’Europa”), lancia la candidatura di Mario Draghi, e già questa è una novità assoluta.

È la prima volta, infatti, che una candidatura di prestigio internazionale viene lanciata molto tempo prima dello svolgimento delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

L’assemblea di Strasburgo

Ed è proprio all’assemblea di Strasburgo che è attribuito il compito di eleggere, a maggioranza semplice, il presidente della Commissione europea. È evidente che il nome dell’uscente, Ursula von der Leyen, non è proposto per la riconferma.

Ma è altrettanto evidente che la candidatura dell’ex presidente del consiglio, caldeggiata dall’Italia, potrebbe essere osteggiata dagli altri membri del Parlamento europeo. Non tanto a sinistra, quanto a destra.

Non si può non tenere conto del fatto che la prossima assemblea potrebbe essere a maggioranza di centrodestra. Non è mai successo ma in politica esiste sempre una prima volta.

La posizione dei partiti

Una eventuale maggioranza di centrodestra difficilmente può accettare una candidatura simile e l’Italia non dispone della forza necessaria, sebbene nel governo, di centrodestra, c’è anche Forza Italia che fa parte dei Popolari europei e che non si metterebbe di traverso. Stesso discorso vale per Fratelli d’Italia, il partito di destra che esprime il premier. Il pensiero politico di Giorgia Meloni non si discosta molto da quello di Draghi.

Il vento favorevole soffia anche a sinistra, del resto Draghi rappresenta quel capitalismo produttivo tanto caro a Forza Italia e che non dispiace a sinistra. Doveroso ricordare che nel 1982 Draghi è consigliere di Giovanni Goria, ministro del Tesoro nel quinto governo Fanfani, designato su suggerimento del suo predecessore, Beniamino Andreatta. Si tratta di quel governo che si ricorda per il suo essere il più a sinistra della storia repubblicana. Draghi, inoltre, è stato allievo di Federico Caffè, economista e storico collaboratore de “Il Manifesto”.

Però non è l’Italia a decidere, e fuori dai confini nazionali non c’è tutta questa attenzione nei confronti di Mario Draghi.

Il “rapporto Draghi”

Del “rapporto Draghi” sulla competitività europea, redatto su incarico di Ursula von der Leyen, si è avuto un assaggio nel discorso all’assemblea organizzata dalla presidenza di turno Ue (Belgio). Dalle poche anticipazioni si intuisce che la linea di Draghi non è quella che piace alle multinazionali.

Nel suo discorso, infatti, si fa menzione del fatto che la Cina «mira a catturare e internalizzare tutte le parti della catena di approvvigionamento di tecnologie verdi e avanzate e sta garantendo l’accesso alle risorse necessarie. Questa rapida espansione dell’offerta minaccia di indebolire le nostre industrie. Gli Stati Uniti, da parte loro, stanno utilizzando una politica industriale su larga scala per attrarre capacità manifatturiere nazionali di alto valore all’interno dei propri confini – compresa quella delle aziende europee – mentre utilizzano il protezionismo per escludere i concorrenti e dispiegano il proprio potere geopolitico per riorientare e proteggere catene di approvvigionamento».

E, ancora, in un passaggio successivo: «ci manca una strategia su come tenere il passo in una corsa sempre più spietata per la leadership nelle nuove tecnologie. Oggi investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina… Manca una strategia su come proteggere le nostre industrie tradizionali da un terreno di gioco globale ineguale causato da asimmetrie nelle normative, nei sussidi e nelle politiche commerciali».

E, infine, «abbiamo bisogno di una Ue adatta al mondo di oggi e di domani. E quindi quello che propongo nella relazione che il presidente della Commissione mi ha chiesto di preparare è un cambiamento radicale, perché è ciò di cui abbiamo bisogno. Indefinitiva, dovremo realizzare la trasformazione dell’intera economia europea».

La politica di coesione

E se non bastasse, in un passaggio successivo, Mario Draghi sottolinea come la politica di coesione sia «minacciata dai cambiamenti nel resto del mondo». Questo «ci impone di agire come Unione europea in un modo mai fatto prima. I nostri rivali ci stanno precedendo perché possono agire come un unico paese con un’unica strategia e allineare dietro di essa tutti gli strumenti e le politiche necessarie. Se vogliamo eguagliarli, avremo bisogno di un rinnovato partenariato tra gli Stati membri – una ridefinizione della nostra Unione che non sia meno ambiziosa di quella che fecero i padri fondatori 70 anni fa».

Un discorso gradito all’Italia, a destra come a sinistra, ma soprattutto al centro. Se è vero che il Draghi “contro” le multinazionali rappresenta quel capitalismo tanto caro a Forza Italia, è altrettanto vero che il suo pensiero non si discosta molto dal pensiero della Meloni e da quello della sinistra moderata.

Ma non è solo l’Italia a decidere chi designare alla guida della Commissione europea e l’esito delle prossime consultazioni per il rinnovo dell’assemblea di Strasburgo è ancora tutto da scrivere.

Leggi anche: Draghi propone una rivoluzione per l’Unione europea: le sfide e le soluzioni

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