venerdì, 14 Giugno 2024
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Speziali: La “mala bestia” della falsa narrazione

Per anni, giunti fino ai nostri giorni -che rappresentano un tempo triste e decadente- si è propalata una metaforica leggenda metropolitana, la quale dava e da ad intendere come l'Italia della prima repubblica fosse gestita non da Statisti ma bensì da un golpista atlantico (identificato con il genio di Cossiga), un mafioso (il cui ruolo era quello attribuito ad Andreotti), un ladro (incarnato da Bettino), con la complicità di uno scialbo incolore che 'reggeva il sacco' agli altri tre' (cioè quel galantuomo di Arnaldo Forlani)

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In quest’ultimo periodo, ovviamente celiando, ripeto a miei molteplici interlocutori, una frase costante: se io dovessi incontrare il Generale Vannacci, come minimo il destinarsi l’identico improperio di Lino Banfi nel film ‘L’allenatore nel pallone’, nel mentre interpretava il ‘Mister’ Oronzo Cana`.

Difatti, allorquando gli chiesero di Picchio De Sisti (storico allenatore della Fiorentina), lesto, il mitico Lino rispose “Picchio De Sisti e gli spezzo pure la noce del capocollo”. Ovviamente lo dico ridendo, ma il motivo per il quale sono adontato da Vannacci lo spiego presto detto: il Generale in questione, mi ha ‘rubato’ il copyright di una frase, con la quale lui ha intitolato il suo libro, mentre il sottoscritto vive siffatta (e tristemente discutibile realtà) dal 1992, anzi la viviamo tutti, ovvero ‘il mondo al contrario’.

Premesso tale postulato apodittico, non indugio oltre e mi addentro nel ragionamento, portando in dote ed evidenza, esempi pratici, plastici, ed inoppugnabili, che da soli, potrebbero non aver bisogno di ‘commentari’ -tanto per dirla in latino ciceroniano- pur se intendo farli comunque, confidando verso chi legge, in primis nella condivione e poi sperando nella divulgazione del medesimo scritto ‘ragionamentato’.

Ordunque, ci troviamo sempre ad affrontare varie false, falsissime narrazioni, ed una di esse riguarda quattro persone a me care, le quali hanno contraddistinto ‘praeclaris temporibus’ (traduzione latina di ‘la splendida epoca’) della defunta Prima Repubblica. Intendiamoci, essa è defunta essendo stata ‘assassinata’, da un Colpo di Stato ‘giudiziargiacobino’, cruento, poiché vi furono persino morti, sebbene lo fu pure in luogo all’annientamento dei Diritti Costituzionali, non solo in capo agli ingiusti imputati, bensì per ogni cittadino (di seguito accennero`il perche`) e mi riferisco, a Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Bettino Craxi ed Arnaldo Forlani.

Per anni, giunti fino ai nostri giorni -che rappresentano un tempo triste e decadente- si è propalata una metaforica leggenda metropolitana, la quale dava e da ad intendere come l’Italia fosse guidata da tal ‘quartetto’, quindi gestita non da Statisti quali erano, bensì da un golpista atlantico (identificato con il genio di Cossiga), un mafioso (il cui ruolo era quello attribuito ad Andreotti), un ladro (incarnato da Bettino), con la complicità di uno scialbo incolore che ‘reggeva il sacco’ agli altri tre’ (cioe` quel galantuomo di mio ‘padre’, insomma Arnaldo Forlani).

Ovviamente la verità, sia storica che reale, è assolutamente differente da tale falsa narrazione, eppure di fandonie ne abbiamo sentite a iosa e subite ancor di più, persino in sprezzo del ridicolo: un paio su tutte sono rappresentate dalla mendace vulgata imperniata sul povero Bettino, a cui tra le falsita` attribuitegli vi era financo quella di aver trafugato la statua di una fontana milanese, alfine di installarsela nel ‘parco della sua lussuosa villa’ di Hammamet, oppure il ‘bacio’ (magari alla francese…ma mi facessero il piacere!), dato da Giulio Andreotti a Totò Riina.

Fandonie quindi, nient’altro che fandonie, le quali, talvolta persistono ancora nell’immaginario collettivo e ignorantemente in malafede, epperò giammai autentici.

Ciò detto, aggiungo infatti che la realtà è ben diversa, perché Craxi aveva una vita ‘ecomomica normale’, per quanto concerneva lui e la sua famiglia, al punto tale che la stessa Anna, cioè sua moglie, persino durante gli anni in cui il marito era a capo del Governo, si recava a fare la spesa in tram e neanche nelle chic gastronomie meneghine, bensì negli ipermercati popolari e, tanto per esser chiari, ci tengo oltremodo a precisare e testimoniare, come la presunta ‘lussuosa villa, in Tunisia, da (presunto ma non vero!) satrapo’, tutto era tranne che ‘sfavillante’. Anzi, l’abitazione era (ed è ancora) talmente spartana, al punto tale da avere per divani, lo zoccolo di cemento rialzato quale base e su di essi, poggiati cuscini e cuscinoni, proprio per renderli appena appena confortevoli.

Per quanto riguarda, Andreotti, la cosa è altrettanto tristemente esilarante, poiché del ‘sor Giulio’ tutto si sapeva e spesso lo raccontava anche lui pubblicamente, come, ad esempio, il giorno in cui sua moglie gli fece una ‘ramanzina maresciallesca’ (Donna Livia, difatti, veniva chiamata dagli stessi figli e dal marito, la ‘marescialla), allorquando vide un pudico abbraccio -da lei giudicato inopportuno (e vista l’epoca ci poteva pure stare), proprio da parte di Anna Magnani, che era assieme ad un giovane Andreotti, al Festival del Cinema, dove lui presenziava nelle vesti di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, poiché tra le sue deleghe vi erano anche quelle inerenti lo Spettacolo.

Bene, anzi male, malissimo, in quanto tra Anna Magnani prima e poi l’amicizia familiare con Virna Lisi (altra stupenda donna ed attrice), su Andreotti non è mai ‘veleggiato’ alcun sussuro diverso dalla sua irreprensibilita`, eppure arrivato alla veneranda età di settantacinque anni, lui principalmente (e poi ogni italiano), ha dovuto scoprire per causa di magistrati poi smentiti con fior di sentenze, le ‘effusioni’ del Divo con il Capo dei Corlonesi: esse, però altro non erano che fandonie smerciate crudelmente, alla stregua di verità assolute, conclamate e dimostrate (senza tema di smentita).

Che dovrei dire? A voi, insulsi calunniatori “ve c’hanno mai mannato a quer paese? Sapeste la gente che c’è sta. Dite che ve c’ho mannato io e fate pure er none mio”!

Si, e` d’uopo ricordare Alberto Sordi (attore democristiano di rito andreottiano) nella sua celebre canzone, ma…’così è se vi pare’ (Luigi Pirandello), perciò a ‘ciascuno il suo’ (Leonardo Sciascia).

“Ma non finisce qui”, per dirla alla Corrado (sarebbe il defunto presentatore, nel mentre lanciava il blocco pubblicitario della sua celebre trasmissione ‘La Corrida’), poiché ve ne sono di ulteriori esempi.

Potremmo ricordare quella di un attico a Fontana di Trevi, attribuito al povero Carmelo Pujia, oppure le farloccate pseudogiureprudenziali e prive di fondamento, che un’indagine della Procura di Catanzaro diede ad intendere fossero ormai certezze inscindibili, avverso un galantuomo quale è il mio amico On. Domenico Tallini.

Sul punto, aggiungo che difatti, alla fine della fiera si è trovato prosciolto in tutti i gradi del giudizio di merito, benché lui e la sua splendida famiglia, non solo hanno sofferto con composta dignità, ma in tal modo conseguenziale si sono comportati, innanzi alla pubblica opinione, attonita come non mai, poiché ciascuno di noi, sa quanto sia sempre stato adamantino, il buon Mimmo Tallini.

Oppure, esempio per esempio, prendiamone un altro, trovando spunto dal titolo del libro -uscito di recente- cioè ‘Il colpo di spugna’, scritto da Saverio Lodato (noto giornalista palermitano e sinistrorso che più sinistrorso e ‘manetterista’ non si può), assieme all’ineffabile magistrato Antonino Di Matteo -il quale più che un PM mi ricorda un ‘delirante acchiappafantasmi’ e per di più fallito), i quali, in tandem, firmano suddetto ‘libercolo’, in cui criticano e giungono persino a censurare la sentenza definitiva, emessa dalla Cassazione, in merito a quella ignobile o macabra -che dir si voglia- pagliacciata della (para)inchiesta ‘Trattativa (inesistente, proprio per come ha ben motivato la Suprema Corte) Stato-Mafia’.

Tale indagine, a sua volt, fu fonte di indicibile ed ingiusto dolore, patito dai miei amici Lillo Mannino e Nicola Mancino, assieme ai valorosi Generali dei Carabinieri, Subranni e Mori, ma ancora adesso, si dà spazio, credito e proscenio al ‘menestrello’ Lodato e al ‘Vyšinskij siculo’ Di Matteo.

Roba da pazzi, far passare un messaggio simile -per di più attraverso un libro- e nonostante le sentenze definitive, ovvero la poshade ricostruttiva -secondo il fallace verbo ‘dimatteano’- la succitata ‘macelleria investigativogiudiziaria’, non è un’inchiesta seria, però, secondo lor(non)signori, sarebbe stata ‘affossata’ poiché dava fastidio al potere (benché vi è un’interrogazione parlamentare di Maurizio Gasparri, che chiede, giustamente lumi, circa le parole di tale magistrato ancora in servizio).

Ma allora, se nemmeno le sentenze valgono a quale verità bisogna affidarsi e quale realtà prendere per buona? Tra l’altro, tanto è più grave quanto ad instillare il dubbio è proprio un magistrato, per di più non uno che le cronache di regime moralistico ce lo propagandano quale soggetto fallace, benché molti ed io per primo, nutriamo dubbi circa la serietà della persona.

Forse, a rendere costui così autorevolmente impunito sarà la di lui ‘allocazione’ lavorativa, presso la DNA (Direzione Nazionale Antimafia), nota soprattutto per essere un luogo del destino, ovviamente per chi l’ha guidata e gestita, essendo una via obbligata alfine di giungere alla meta dello scranno parlamentare in quota sinistra tradizionale (uno è diventato Presidente del Senato) o sinistra populista.

Non c’è che dire quindi sulla ‘terzietà ‘ di questi tre non moschettieri, bensì ex magistrati, cioè Pietro Grasso, Franco Roberti e Federico ‘Cafierocomesichiama’ de Raho, i quali, difatti, confermano con la loro successiva carriera, quamto ogni loro decisione, sia stata dettata non da zelo o da applicazione del diritto, bensì sulla scorta di un’impostazione basata sull’ ‘idelocucume sisnistrorso’, checché loro e con loro chi li supporta e ne ‘megafonizza’ le gestia (tranquillamente potremmo definirle, azioni di cartapesta?), dicevo, tutto ciò premesso, acclara come non abbiamo mai avuto imparzialità assoluta, semmai settarieta` manifesta: il tutto, con buonapace dei pochi sostenitori del contrario o meglio, di questa ennesima falsa narrazione.

Poi, ad essa -cioè la falsa narrazione or ora rammentata- ve ne è da aggiungere un’altra, la quale è insita alla sua primigenia appena succitata, insomma la efficace professionalità del ‘Cafierocomesichiama’, che proprio in questo periodo a noi contemporaneo viene a scoprirsi non essere propriamente -contrariamente alla vulgata del diretto interessato e degli accoliti giustizialisti da strapazzo e dei mistificatori ‘cinquestellati’- un zelante ed efficace coordinatore dei vari Uffici Giudiziari da lui diretti.

La riprova, si rintraccia nello scandalo del dossieraggio in seno alla DNA -suo ultimo incarico dirigenziale- dimostrata appieno: d’altronde, al punto in cui siamo e in cui egli si trova (soprattutto, in cui si trova), è meglio far cadere la leggendaria, nonché posticcia aura di persona efficiente, lasciando il passo a quel che realmente sono le sue caratteristiche, cioè quelle di un pasticcione a cui capitano di tutto e di ogni, cosicché almeno la potrà ‘sfangarela’ dal punto di vista del procedimento investigativo in corso, all’insegna del motto di Enrico IV° di Francia -che disse: “Parigi val bene una Messa”- che potremmo parafrasare, in capo a de Raho, con: “Non essere indagato, val bene pur se necessito di rinnegare la leggenda della mia inscalfibile professionalità”

E già, anche questa è una narrazione che tende ad essere smontata, considerando quanto racconterò adesso in ultimo, ovvero inerente a me, a mia volta sollecitato da moglie, figli, genitori, sorella, fratello e amici cari, che mi invitano a ‘moderare’ i toni, allorquando denuncio, irrido e grido, suddetta ‘mala bestia’ (cioè le falsita`) e al netto dei pericoli i quali so di correre, ma innanzi a cui non intendo ‘chinare la testa e con essa la schiena’.

Già, non si può essere usi ‘ad ubidir tacendo…e ignaviamente sopravvivendo’, a causa di chi utilizza poteri costituzionali in modo illegale, oppure facendo udire il ‘tintinnar delle manette’ perché qualcuno avversa siffatta e oscena dittatura, come lo sono tutte le forme di autoritarismo.

Alla fine, la storia mi darà ragione, anzi, “mi assolvera`”, come ebbe a dire (seppure inveritieramente) un mio avversario politoco-ideologico, il quale difatti, dalla storia e non solo da essa è stato sconfitto, cioè Fidel Castro: beh…se lui ha avuto tale ardire nel proferire ciò, la cosa vale tanto di più e in modo credibilmente maggiore, per me!

Non sarà molto, ma almeno, al pari di San Paolo, la cui locuzione fu rincofernata dal ‘mio’ Papa (amico di mio nonno e vero fondatore della DC), cioè un altro San Paolo, epperò San Paolo VI°, anche io stesso potrò affermare (senza tema di smentita): “…ho combattuto la buona battaglia e ho conservato la Fede”!

Vincenzo Speziali

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